martedì 1 novembre 2011

Rattristanti spigolature su economisti(ci) prêt-à-porter (di varie taglie): quelli che leggevano Sartre invece dei nanerottoli contemporanei







Solitamente sono catalogato come “scrittore non facilmente digeribile”. Ma dopo aver ricordato che:

per gustare piatti di “alta cucina” ( vedi l’enciclopedico Nero Wolfe) occorre avere un adeguato e preparato palato;
per il “riso in bianco” son buoni stomaci dell’intero mondo animale;
pur per un semplicissimo riso pilaf occorre una pur minima educazione alimentare;
i libri dei “classici” al di fuori dei competenti son raramente definiti solo “belli” ma sempre anche “pesanti” ( come un cibo poco digeribile);

in questa occasione mi abbandonerò ad uno stile “piano”. Ben sapendo che al di fuori del linguaggio musicale a ciò difficilmente si accompagni nel linguaggio “letterario” e in specie saggistico alcunché di intellettualmente “forte”. Con l’ apparente eccezione del ricorso allo stile aforistico ( vedi la sinonimia tra “piano” e “adagio”): una volta però che questo sottenda un qualche magnum opus dell’autore di apoftegmi. Magnum opus che fornisca la chiave interpretativa della sua sfida ermeneutica, affidata appunto al suo “massimario” ( mi sia concessa breve “licenza” per terminologia non proprio popolare).

Vorrei iniziare dall’improvvisarsi anche quale economista dall’inflazionistico e inflazionato Roberto Saviano in occasione degli annunciati duetti televisivi con il “povero” Fabio Fazio. “Povero” perché da tanti compianto, a iniziare da se stesso per essere rimasto qualche tempo addietro e per breve tratto senza lauto contratto televisivo: tantoché per assorbire lo shock ebbe a dire di aver riempito l’angoscia dell’attesa di un nuovo ingaggio nella ricerca di un appartamento da acquistare a Parigi.
Tornando al Saviano - il cui imperituro contributo all’umanità è quello di aver divulgato ciò che era sin lì oscuro e incognito, cioè che la malavita campana ( camorra = Gomorra), e più in generale la mafia e suoi derivati, è “cattivella”-, questi nell’ “ammuina” mediatica che ha accompagnato l’acclamato avvenimento televisivo suddetto ha avuto modo di rintuzzare a una critica che lo riguardava: il non aver rivelato il quantum retributivo della sua complessiva e prevista performance. La difesa di un tale voluto e praticato oscuramento è consistita, niente po’ po’ di meno che, nel richiamo a una elementare ( “Watson” ) nozione della scienza economica da parte di questo novello Galileo della criminologia: la libera concorrenza. Che come è stranoto è l’ultimo coup de fudre dei geniali economisti(ci) ( vedi il loro vate, Nicola Rossi ) della “sinistra (lombrosianamente parlando). L’esemplificazione suonava più o meno così: “se si rendesse noto quanto verrò a guadagnare dalla RAI si altererebbe il sacro principio della libera concorrenza tra network televisivi contendenti .“(sic!!!) Ora l’enormità panica di una tale fandonia - che inverte, con massacro della logica, nel suo opposto il principio della libera e perfetta concorrenza, che implica necessariamente quello della totale trasparenza dei mercati ovvero dei termini quali-quantitativi degli scambi e quindi dei presupposti termini contrattuali delle quantità e dei prezzi implicati – travalica la avvilente modestia culturale spiattellata da Saviano, gettando lumi sulla “savianità”. Che Potremmo definire come una sindrome che colpisce personaggi e, ancor più perniciosamente, i loro fans, rispettivamente inventati e subornati a opera dell“industria culturale” ( nella sua spregiativa accezione francofortese). Che, visto il successo che avviluppa e travolge i primi, vede costoro elevati, ben al di fuori dei loro ambiti conoscitivo-professionali al ruolo di maître-à- penser. In tali vesti riconosciuti da un pubblico ormai decerebrato che non sa più scegliere nulla che non gli provenga dal falso e imbonitore mondo della pubblicità. Per non parlare della corrente “pedagogia” dei media ( la “e” si legge “e” trattandosi di latino) afflitti da perenne e crescente bulimia di personaggi “nuovi”, fossero pure scopritori dell’ultima modalità
( pare si dica “tendenza” ) con cui far bollire l’acqua per gli spaghetti. A Fromm, a sua volta rifacitore edulcorato su commissione della venefica “industria culturale” della impietosa analisi marxiana del feticismo e dell’alienazione sussunti al mondo delle merci; Fromm che ha dominato i salotti delle “anime belle” dei tardi anni “70, colte sul loro “vicolo di Damasco” dall’icastica valenza della sua massima ’”essere”versus ”avere”- la “savianità” ha sostituito il più recente e involutivamente peggiorativo passe-partout per l’”avere” a mezzo successo: l“apparire”. E possibilmente non lasciare mai la scena a rischio di essere estromesso, ancorché ormai ricco sfondato ma a tal punto privato del suo inconsistente “essere ufficiale”, dall’ultimo suo clone partorito ( abortito, in verità per l’ Estetica e l’ Etica) dalla “società dello spettacolo”.
Riparato dall’aura salvifica della parola d’ordine “libera concorrenza” il Saviano adepto di Adam Smith e sorretto dalla sottesa teologia dei miracoli (fiscali, nel suo caso) della “Mano Invisibile” ha beneficiato della coltre di quest’ultima, non trovando uno solo dei molti economisti(ci) disponibili – alla maniera di Scilipoti et similia - o anche un solo “savio” bottegaio, ammaestrato dall’università della strada, che denunciasse questo delirio di onnipotenza cerebrale. Anzi, vecchie cariatidi del successo massmediale come Umberto Eco, da tempo incapaci di rinverdire antichi primati di “appari-sc(i)enza” si accontentano, come è avvenuto recentemente in un teatro milanese, di sfruttare l’”effetto satellite” del “pianeta Saviano” prendendosi un po’ della sua luce, per quanto riflessa. Si tratta di ben altro compromesso e quindi di ben altra mestizia per chi vi ha assistito, essendo incomparabili le carature in campo. Nel caso di Eco si tratta pur sempre di uno studioso di vaglia che ha pensato di far cassetta travestendosi, “un po’ per celia un po’ per non morir”, da narratore. Come ebbe a testimoniare la Yourcenar a Giovanni Minoli ( uno dei pochi autentici giornalisti d’inchiesta) che si imbatté ( e già il fatto di riconoscerla è stato segno di valore) con la sua troupe per caso in un aereoporto nella grande scrittrice chiedendole, tra l’altro, cosa pensasse di Eco, allora autore del bestseller mondiale “ Il nome della rosa” e sentendosi rispondere dalla sua interlocutrice che la stessa non aveva giudizio da dare, interessandosi solo di “letteratura”. Ma questo è il clima nel quale viviamo. Avrebbe mai Marguerite Yourcenar condiviso alcunché con tal Roberto Saviano da Caserta, che non ha speso una sola parola per i veri martiri delle mafie, come il giovane giornalista napoletano Giancarlo Siani genuino e autentico cronista investigativo del malaffare malavitoso? Il Saviano che pur si è attaccato al pallido ricordo del defunto Pietro Taricone, star del fotoromanzo o cosa simile, che con due anni più innanzi negli studi aveva frequentato la sua stessa scuola e che per qualche giorno l’aveva oscurato con la sua funambolica morte? Il vero paradosso è che quanto abbiamo appena descritto davvero implica la parte nascostamente nefanda della pervasiva concorrenza che in beffa ai molti fa da spettacolo pagante per i soli “beniamini della scena”, siano essi vivi, morti o sopravvissuti senza esclusione di colpi. Ma, questo in barba a Saviano, perché di vera concorrenza non può parlarsi trattandosi dei benefici della logica di mercato per i soli oligopolisti dell’apparire.

P.S.
Anche Eugenio Scalfari che sembra elemosinare una nomina a senatore a vita dall’osannato Giorgio Napolitano come prima dall’altrettanto osannato Ciampi, qualche sera fa non ha mancato di alludere positivamente alla figura di Saviano di cui la sua è agente e sponsor autorizzato. E’ un altro caso insieme a quello di Umberto Eco che sembra contraddire l’assunto storico-materialistico che vuole che la vera libertà cominci dalla “libertà dai bisogni”. Sono casi in cui invece quel principio rimanda al suo necessario completamento. Ci si deve liberare socialmente dal “regno dei bisogni” negando la logica del loro porsi nel e per il capitalismo. Se si è miliardari grazie al capitalismo in realtà si resta schiavi del mezzo, che mostra la sua falsa strumentalità o neutralità che non è mai autonoma, storicamente o sovra-storicamente oscurata dalla “ragione strumentale”. Ma ciò è risultato o ignoto o rimosso per Scalfari che si è dichiarato non a caso “illuminista” dalla Gruber nella circostanza ricordata, saltando a piè pari il conclamato fallimento di quell’utopia prescientifica, protestata da oltre ottant’anni dal “pensiero critico” ( Dialettica dell’illuminismo, di Horkheimer e Adorno). Eppure la mia generazione, che pur non ha fatto le Guerre Puniche, si cibava dello scalfariano ( con Arrigo Benedetti) formato lenzuolo, dove il giovane Eco intervistava Sartre e personaggi di tal calibro.
Si, noi leggevamo Sartre e roba di tal alto livello, nel mentre Eco e Scalfari nella loro tarda “saggezza” ( savia-nezza?) vogliono che ci accontentiamo di insignificanti comparse e controfigure. I Sartre rifiutavano con clamore i miliardi di lire dei Premi Nobel e Lenin, e i Feltrinelli morivano tragicamente per le loro idee. I figuranti attuali nascondono i loro guadagni in euro non da ultimo con il coup de théâtre di cambiare editore: da Berlusconi ai tipi degli eredi di Giangiacomo Feltrinelli, per tardiva scoperta di mancati “amorosi sensi”.
Era la tarda primavera del 1980, credo lo stesso 15 Aprile, e prestavo la mia collaborazione come economista a quotidiano di Napoli su richiesta personale del suo direttore Massimo Caprara, già segretario particolare di Togliatti e tra i primi fondatori de . Il giorno non lo ricordo con precisione potendo anche essere quello successivo alla morte del grande pensatore francese, ma mi è rimasto impresso per più motivi. Caprara mi telefonò disperato, non trovava un professore di filosofia “marxista” o giù di lì ( erano tutti “introvabili,”deseparacidos”) che volesse scrivere un articolo che ricordasse la figura di Sartre e la sua opera. Lo scrissi io e lo intitolai: “Dove sono gli intellettuali marxisti e progressisti?”. Figuriamoci ora, dopo trent’anni.
Si vogliono altri segnali e prove dei nostri oscuri e oscurati tempi “savianeschi”?

Giannino: senza Oscar. Ovvero, “dimmi cosa leggi ti dirò chi sei”




Anche il semplice scorrere del tempo - per nausea esistenziale e rifiuto culturale non sento di poter scrivere ciò che per contaminatio illuministica si continua a “descrivere” quale “evoluzione storica” o anche più neutralmente “la storia” - fa, malgrado tutto, giustizia dell’ingenua valenza soprastorica di antichi adagi come quello che suona: “Dimmi con chi vai, ti dirò chi sei” ( in realtà anche prima dell’uscita dalla così detta “civiltà occidentale” operata dal capitalismo quel detto era attaccabile dal punto di vista della logica formale, in quanto viziato, in modo subdolamente estensivo, dalla fallacia dell’argomentum ad verecundiam o “appello all’autorità” ). Affermatasi l’alfabetizzazione per quanto apparente delle “masse” e la crescente professionalizzazione – per di più con l’isolamento progressivo degli individui e l’esaurirsi tendenziale di materiali relazioni umane sostituite da quelle virtuali via etere - , molto più appropriato sembra essere sostituire la predetta massima con “ dimmi un tuo livre de chevet ( o reference book ,secondo la nuova lingua franca), ti dirò chi sei”. Specie se trattasi di un giudizio sulla attività di “esperto” e il testo a tale attività attinente di qualcuno.
Applicherò dunque tal ultima “formula” a un personaggio recentemente dilagante sui media, Oscar Giannino. Figura che negli ultimi tempi impazza in modo particolare su tutti i canali televisivi. Non da ultimo per aver puntato su un personale modo di abbigliarsi che solo verso i più giovani può accreditarsi come originale, riproponendo - malamente in verità, come riesce a tutti i plagiari - un cliché di un suo vecchio conterraneo piemontese, famoso ai tempi di “Lascia o raddoppia”, tal Gianluigi Mariannini
( esperto di storia della moda e del costume) cui peraltro anche somaticamente Giannino ritiene con qualche evidenza di potersi assimilare.
Ancorché non accademico ( per sua fortuna), ciò nonostante Giannino non sfugge alla sua patentata inclusione nella vastissima famiglia degli economisti(ci) a vario titolo, e più in particolare a quella straripante parte degli “esperti “, con varie funzioni , di economia, pronta a giurare sulle salvifiche e taumaturgiche virtù autoregolative dei mercati. Economisti(ci) la cui religione naturalistico-contemplativa prescrive che l’operare del laissez-faire costituirebbe l’unica regola da seguire per assicurare l’ottimìzzazione in materia di: a)piena occupazione, b) tasso di sviluppo, c) equa ( non ulteriormente migliorabile per il benessere di ciascuno) distribuzione della “ricchezza”, d)stabilità del livello generale dei prezzi. Da una tale “filosofia” in re ipsa antiscientifica per i suoi contenuti, come già detto, assolutamente meramente fatalistico- contemplativi verso il proprio oggetto di “studio”, discende altresì il corollario che vuole che ogni risultato difforme dagli ottimi desiderata appena enunciati deriverebbe da indebite ( e innaturali) interferenze sui meccanismi di libero mercato e delle sole forze che questo animano in chiave atomistica o individualistico-privatistica. Tutto al più si riconosce a una istanza esterna al mercato, come lo Stato,il ruolo di assicurare e imporre il rispetto della libera e perfetta concorrenza, nel caso non peregrino che le “fortune” di alcuni operatori o agenti economici travalichino i confini della prescritta libera competizione. Viene infatti riconosciuta con un empito di realismo la sistematica possibilità del formarsi di posizioni “dominanti” o oligo-monopolistiche sia dal lato della offerta che da quello della domanda nei sinallagmi degli scambi di tutti i soggetti economici, nella loro diversa collocazione meramente funzionale ( assenza di classi) nel processo produttivo.
Pertanto ogni intervento dello Stato ispirato a una filosofia economica di tipo volontaristico che pretenda di alterare in qualche misura gli spontanei meccanismi di mercato sarebbe inutile e/o dannoso. Dove una tale ultima alternativa distingue le opzioni dottrinali più o meno radicali degli economisti(ci) antinterventisti e contemplativo-naturalistici ( da condannare per contrappasso allo spettacolo di figli e discendenti “flessibili” in cerca di un dignitoso lavoro, e una qualche pensione in vecchiaia: in “naturale”, neutra, eterna e immota contemplazione).
Evidentemente i contenuti essenziali appena descritti della corrente di pensiero liberal-liberista sono affidati a diversi strumenti interpretativi ed espositivi, in una gerarchia di tali mezzi che va dai più complicati e sofisticati, a quelli più semplici ed elementari delle piane“chiacchiere”; a loro volta ordinabili in una classifica di merito che va dalla “falsa profondità” dei malamente “più informati” allo slogan propagandistico da campagna elettorale.
Agli accademici che ricorrono alle più spinte formalizzazioni matematiche - trasmutate da mezzo a fine per lo stato comatoso della “dismal science” - spetta l’infondata ”aura” dello “scienziato”, nonché il ruolo di vate di ultima e massima istanza; agli altri che gli stanno via via sotto - in questa piramide tra il “gotico” e l’avanspettacolo tragicomico - spetta il compito di rivestire i panni di “esperto”, più o meno valutato in base allo status dei media che ospitano le sue opinioni. Media che a loro volta filtrano in ragione di vari parametri che premiano la vicinanza più o meno prossima con i vertici del mondo del business. Naturalmente chi tra questi ultimi “esperti” scrive anche “libri” rappresenta la “prima scelta”, nel mentre chi si affida alla sola stampa periodica e/o lavora con sola “apprezzata professionalità “ chiesastica nella dimensione economico-finanziaria rappresenta la “nobiltà cadetta” di questo ramo della “sapienza economica organizzata”.
Premesso tutto ciò Oscar Giannino – che ha scritto qualche libro ( che in verità ci è imperdonabilmente sfuggito) - è prima di tutto prolifico giornalista economico. E dopo molte migrazioni in diverse testate è stato infine ingaggiato alla corte di Confindustria, conducendo una trasmissione quotidiana nella settimana corta sulla radio del foglio rosa di viale Dell’Astronomia. “Informato dei fatti”, con una qualche capacità di porgerli con qualche garbo di superficie, in realtà Giannino è uno Sgarbi in potenza ( come alcuni scontri televisivi hanno disvelato: vedi le “scintille” scoccate in contraddittorio con un campione della massima confusione dottrinale che impera a “sinistra”, Il keynesian-marxista Brancaccio) che si reprime per progetto, volendo e dovendo incarnare la massima ( forse unica) virtù di cui possano vantarsi i liberal-liberisti, in eterno pathos pedagogico: la sistematica vantata “tolleranza “ à la Voltaire. Che fa molta presa su i milioni di elettori italiani, specie in versione di telespettatori. I quali e evidentemente vivono come un avvenimento spettacolare pur semplici assaggi di fairplay anglosassone. I cui principii sono costantemente evocati durante i suoi interventi da Giannino, che abilmente li insinua fuori contesto nei suoi interventi pirotecnici. Ai cui variopinti colori, con sapiente mix di ars retorica e scenografica, Giannino non manca mai di sottrarre all’evidenza delle telecamere sempre nuovi ed “eleganti” bastoni da passeggio , cui la gracilità del personaggio non manca di suggerire in modo subliminale funzioni di ausilio deambulatorio, suscitando così captatio benevolentiae. Insomma , come si dice in gergo, L’Oscar ormai nazionale, “buca lo schermo”, molto più della figura del suo predecessore Mariannini, limitato tecnologicamente dai sepolcrali chiaroscuri della TV in bianco e nero.
Dell’imperdonabile mancata lettura dei “contributi” affidati ai suoi libri abbiamo già confessato il peccato d’omissione, e quindi aver scoperto un testo di economia di cui Giannino ha in più occasioni fatto il peana ha costituito una occasione di “redenzione”, nel senso di una conoscenza indiretta dei suoi punti cardinali teorici affidata a un suo livre de chevet: Tutti gli errori di Keynes di Hunter Lewis( IBLLibri, Torino, 2010).Confessiamo che, critici radicali a nostra volta di Keynes da lunga pezza, eravamo non poco curiosi di veder se finalmente qualcuno avesse per un attimo sospettato argomenti analitici, assolutamente decisivi e dirimenti, in qualche modo prossimi ai nostri, dopo una interminabile semivuota e niente affatto affascinante querelle tra Keynesiani e antikeynesiani svoltasi su ring ufficialmente omologati e preclusi a scomodi outsider. Querelle che si consuma inutilmente a partire dalla pubblicazione nel 1936 del magnum opus del cantabrigese, la General Theory , fino ai nostri giorni. Diatriba in grado invero di rivelare da entrambe le sponde dei diversi contendenti la miseria e il fallimento scientifico cui è pervenuta la sedicente scienza economica. Miseria e fallimento documentate dalle macerie periodiche cui dà luogo la secolare dinamica capitalistica che attende invano la fondazione di una sua adeguata teoria in grado di dar luogo a una opportuna diagnosi e terapia per la madre di tutte le patologie dell’accumulazione del capital: le crisi cicliche. Fatto che denuncia la perniciosa inutilità di intere schiere di economisti(ci) travestiti da gran sacerdoti della “scienza triste”. Non più attrezzati rispetto alla bisogna di quanto lo sia l’esercito della salvezza rispetto ai misteri del peccato originale.
Dunque avuto il libro del suddetto Lewis tra le mani ho immediatamente posto mano alla sua lettura che si è rivelata una autentica sofferenza: in una lunga vita di studioso e lettore e correttore di sempre più impresentabili tesi di una putrescente università, mai mi sono imbattuto in un libro o scritto orribile come questo. Che sospetto rappresenti un autentico reperto di psicopatologia, dove la coazione a ripetere mere promesse di analisi mai concretizzatesi si estrinseca in una logorrea scritturale. Dove si contrappongono alle più popolari tesi del Keynes “eterodosso” il catechismo dell’ortodossia: slogan contro slogan, insomma. Dove appare palmare la incomprensione sostanziale di ciò che Keynes ha realmente ritenuto di confutare circa i canonici articoli di fede del liberalismo in materia di armonie autoregolative dei mercati retti dal laissez-faire.
Dei testi accademici made in Usa Lewis riprende la squallida furbizia del continuo annuncio di ciò che in seguito si promette di affrontare e del successivo sintetizzare il molto poco che si è detto in precedenza. Con l’apparente “virtù” del piano stile espositivo che tanto indignava giustamente Theodor Adorno. Che ben colse la povertà dell’ideale comunicativo “estetico” della scienza e della narrazione “moderne” teso a eguagliare lo stile “protocollare”. Dove l’apparente ideale democratico della massima universalità didascalico-comunicativa tradisce la scomparsa di ogni individualità, con l’indifferenza del e per il soggetto; con massimo scorno della filosofia liberale dell’individualismo. Morte dell’individualità che rivela il sotteso trionfo del suo opposto: la “serialità” (Sartre) o totale sostituibilità degli uni con gli altri.
Ma questo riguarda la sfera dello stile, la cornice estrinseca dei ben”più importanti” contenuti racchiusivi, che sono ben lontani dal riequilibrare quello che altrimenti potrebbe essere inteso come mero canone formale, di per se inessenziale rispetto alla validità della materia trattata.
Passiamo quindi alla sostanza delle argomentazioni (?) di Lewis, un “ solido economista liberale”
(Giannino)il cui libro in argomento risulterebbe , sempre a detta di Giannino, ”programmatico, opalino come il diaspro, puro e tagliente come il diamante” ("Economy", 16 dicembre 2010).
Con involontario umorismo Giannino invita a non farsi “spaventare dalla mole delle 440pagine” del lavoro del sopradetto “solido economista” Hunter Lewis – che immaginiamo debba una tal sua solidità all’imponente produzione cartacea della sua coazione a ripetere – tutte dedicate a mostrare “ che praticamente tutti i guai che sono davanti a noi derivano dall’applicazione cieca e ripetitiva delle tesi keynesiane” ( ibidem), che Giannino ben esaurisce elencandole in poche righe fedelmente sintetizzando il Lewis, non senza ripetere a sua volta un errore esiziale nell’interpretazione di Keynes , come vedremo più innanzi. Ecco (corsivo nostro, e su cui preghiamo il lettore di fare tutta l’attenzione possibile allorché lo richiameremo) l’elenco degli errori in cui incorrerebbe Keynes e i suoi adepti:


“ Senza interventi pubblici i tassi di interesse sono quasi sempre troppo alti […]. Il governo e i banchieri centrali devono abbassare i tassi d’interesse. I timori verso l’intervento pubblico nell’economia e per un aumento del denaro circolante sono malfondati […]. Le imposte progressive sul reddito aiutano a ridurre le ineguaglianza economica. Se si stampa una gran quantità di moneta ma i tassi non dovessero scendere abbastanza, bisogna inventare nuove misure […]. Il risparmio e la frugalità sono una pericolosa illusione, perché deprimono i consumi. Aveva torto Say, l’offerta non crea la domanda, è invece la domanda che crea l’offerta. L’unico vero rimedio al fallimento del mercato azionario e del mercato degli investimenti è l’intervento del governo. Il controllo dell’ economia da parte dello Stato non dovrebbe fermarsi ai tassi d’interesse, investimenti, tassazione e tassi di cambio, ma procedere oltre. La risposta ai pochi investimenti come alla crisi viene dalla spesa pubblica e dallo Stato. I politici devono affidarsi non al mercato ma a "esperti" per ciascuno di questi interventi. Abbassare i salari nelle crisi è sbagliato, lo è a maggior ragione nei periodi buoni. Tra una politica salariale flessibile e una politica monetaria discrezionale, va sempre preferita la seconda “( ibidem).

Si tratta di “massime keynesiane una più sbagliata dell’altra, a mio giudizio personale “ ( ricorrente “tic volterriano”, come si è detto più su ) conclude Giannino. E lì si poteva esaurire il “libro” di Lewis, visto che anche qui, nello “stile” che si è detto, non si va molto oltre la “profondità “di mere sentenze dell’autore o di altri citati, ove si ripropone tal quel ciò che Keynes intendeva confutare, esprimendo nei confronti delle tesi del cantabrigese giudizi del tipo, appunto “sbagliato”, “errore”, “non sono d’accordo”, non è d’accordo con Keynes” x,y, etc., pescando nell’inesauribile repertorio degli economisti(ci) anti-interventisti.
Su 434 pagine del testo di Lewis ( le rimanenti sono fonti bibliografiche) - che mi sono sforzato di leggere tutte, con crescente indicibile sforzo di pazienza e con accompagnamento di imprecazioni sulla assurda cecità con cui si invera il detto “habent sua fata libelli” su quelli che non meritano il positivo clamore che li accoglie - ben 50 di esse hanno richiesto da un certo punto in poi un post-it in funzione di segnalibro. Ciascuno dei quali indicante una varietà di errori e gravi insufficienze ( approssimazioni ingiustificabili, ripetizioni e incongruenze, affermazioni apodittiche prive di una qualche cogenza scientifica, fallacie logiche etc.) tale da far bocciare l’autore di un equivalente elaborato in un ipotetico esame di economia; con annesso consiglio ( con qualche dose di ipocrisia sopravalutativa ) di cambiare indirizzo di studi a favore di qualche disciplina richiedente un minore gradiente di esprit de géométrie. Daremo qualche esemplificazione più in là nel merito di un tale coacervo di “amenità”. Non prima di avvertire che alla base delle medesime quel che si impone è la costatazione di una costante che condanna dall’inizio il fallimentare tentativo di Lewis. E che evidentemente accomuna al suo autore i suoi ammiratori come Giannino. Ma anche , non a caso, quei confusi keynesian-marxisti che - come nel caso di Brancaccio che ha dibattuto con Giannino il libro in questione su Radio Sole 24 Ore ponendosi a difesa dell’autore della General Theory - non hanno minimamente colto questo esiziale fil rouge che mina ab initio l’intera tiritera lewisiana.
Concedendo al “solido economista” harvardiano l’”onore delle armi” per una esposizione sanamente “partigiana”. Ebbene, alla base di tutta la estrema fragilità argomentativa di un “libro” come Tutti gli errori di Keynes, sta il semplice eppur enorme fatto che Lewis non ha minimamente compreso Keynes, ovvero il clou che caratterizza analiticamente la sua proposta interventista. Circostanza che non è assolutamente chiara ai seguaci e difensori di Keynes in tutta la balcanizzata congerie dei suoi true believer, compresi i keynesian-marxisti. Per cui si tratta di un’autentica lite tra sordi, con il decisivo ausilio di Keynes stesso. Che ha ritenuto di aver compiuto una “rivoluzione” nella teoria economica , senza minimamente sospettare di essere semplicemente un velleitario e disarmato autore di un putsch. Fortunosamente reso credibile dalla pochezza dei suoi interpreti e dal bisogno storico-economico di aggrapparsi a una qualsiasi fola scientificamente abbigliata, purché promanante da autorevoli milieu pur di salvare il capitalismo da quella che negli anni ‘30 del XX secolo si mostrava come la peggiore delle crisi cicliche sin lì sperimentate.
In realtà il “modello” keynesiano ricostruibile attraverso una depurazione della notevole opacità della General Theory non è altro che una riformulazione del modello ortodosso neoclassico, più ricco però di determinazioni e ispirato da una filosofia meno prona al fatalismo ottimistico che è alla base della dottrina del laissez-faire. La maggior ricchezza di determinazioni consiste nella tenuta in conto della non neutralità della moneta nei confronti delle grandezze reali che si estrinseca nell’aggiunta di un mercato, quello appunto della domanda di moneta per motivi che si aggiungono a quelli della sua richiesta per fini esclusivamente transattivi come accade nel modello “ortodosso”. Oltre che fermarsi alla sola binarietà della moneta che può essere solo o spesa o risparmiata Keynes aggiunge la possibilità della sua tenuta allo stato di liquidità per fini speculativi e/o precauzionali ( “preferenza per la liquidità”): tertium datur!Con relativo mercato in più: la Borsa, dove si offre e domanda “liquidità”.
Che la dottrina del saggio d’interesse debba cambiare è un corollario di tutto ciò: se la moneta non è solo soggetta a essere o risparmiata o spesa , il prezzo del suo uso, cioè il saggio d’interesse non è più solo determinato dal parametrare lo stato delle preferenze o arbitraggio tra presente e futuro : consumo presente ( domanda di moneta) versus consumo futuro ( offerta di moneta o risparmio) della quantità di moneta presente nel sistema. Se dunque la vecchia dottrina del saggio d’interesse poteva assumere che esso fosse il “prezzo” per ripagare l’ “astinenza” ( dal consumo), Keynes ritiene che invece tale saggio ripaghi e sia quindi determinato dal prezzo “per la rinuncia alla liquidità”. Che evidentemente assorbirebbe in sé, come sua semplice componente , il prezzo da pagare per indurre chi detiene moneta ad astenersi dallo spenderla.
Ma a questo punto si impone un passaggio cruciale che in” letteratura” non è stato minimamente compreso o sospettato e che accomuna detrattori e supporter del formulatore della General Theory e che inficia irrimediabilmente alla radice il tentativo del suo autore di formulare una teoria alternativa a quella armonicistica e anti-interventista fondata sulla fede nel laissez-faire.
Se l’intento è quello di dare una spiegazione del “generale stato di equilibrio di non piena occupazione” delle risorse che l’avversata teoria esclude per definizione ( in presenza di laissez-faire e di piena flessibilità di tutte le risorse, compreso il lavoro) evidentemente questo fenomeno non può spiegarsi da sé ma deve implicare una causa. Causa che Keynes ritiene di individuare immediatamente nel relativamente troppo elevato livello del saggio d’interesse che determina un livello sub-ottimale ( non capace cioè di dar luogo alla piena occupazione) della “domanda effettiva” ( consumi + investimenti nel loro incrocio con l’ offerta globale) che risulta inferiore al dato dell’offerta globale di massima occupazione. Il relativamente troppo elevato livello del saggio d’interesse non significa affatto che esso sia assolutamente troppo alto bensì e ben al contrario che anche se al livello assolutamente basso, esso non lo è a sufficienza per stimolare gli investimenti. E per quanto riguarda i consumi tale saggio d’interesse avrebbe raggiunto una zona critica tale da risultare relativamente troppo basso per non indurre a provocare un aumento di domanda di moneta da detenere in forma liquida. Insomma la zona critica del livello del saggio d’interesse è quella che lo fa avvertire relativamente troppo alto per gli investimenti e relativamente troppo basso per chi domanda moneta a fini speculativi e/o precauzionali. Questi ultimi ritenendo che il corso dei titoli (titoli del debito pubblico) abbia raggiunto livelli troppo alti e quindi “rendimenti” ( saggio d’interesse effettuale e non nominale) relativamente troppo bassi, prevedendo una caduta dei corsi ( aumento del saggio d’interesse o rendimento) aumentano la loro propensione alla liquidità, sottraendo moneta alla quantità data di moneta presente nel circuito degli scambi, determinando così una caduta dei consumi. Diminuzione dei consumi che evidentemente non giova anche per tal verso alla propensione agli investimenti. Dunque in relazione all’obiettivo mancato della piena occupazione la zona critica del livello del saggio d’interesse di cui stiamo trattando è obiettivamente determinata : 1) da una non soddisfatta domanda di moneta per fini speculativi e/o precauzionali che non ha di meglio che alimentarsi sottraendo moneta altrimenti utilizzata peri consumi che così diminuiscono; 2) da un relativamente troppo alto livello del saggio d’interesse, per la mancata sua diminuzione che non può realizzarsi in conseguenza della diminuzione dei consumi , in quanto l’alternativa a questi non è semplicemente il risparmio ma, per una certa quantità di moneta data presente nel sistema, la scelta di aumentarne la quantità detenuta in forma liquida. Per cui il saggio d’interesse non è funzionalmente idoneo a far eguagliare “risparmi” ( quelli veri e propri + quantità di moneta detenuta in forma liquida) e investimenti. Mentre per la teoria standard, risultando gli investimenti funzione inversa del saggio d’interesse che contestualmente diminuirebbe all’aumentare dei risparmi, l’equilibrio di piena occupazione sarebbe sempre assicurato ex definizione : non potendosi non incontrare le curve dei risparmi e degli investimenti in funzione di una medesima variabile, il saggio d’interesse, con opposta inclinazione. Quindi la differenza sarebbe tutto in quel fattor e”incomodo” rappresentato dalla propensione alla liquidità non sufficientemente soddisfatta dall’offerta di moneta. In entrambi i casi ciò che alla fine risulta acclarato è che l’offerta di moneta è inferiore alla sua complessiva domanda (consumi + investimenti). In definitiva Keynes a tavolino rompe ogni necessario automatismo di incontro tra risparmio e investimenti che viene assicurato dal “modello” neoclassico. Se qui gli investimenti sono funzione inversa del ,saggio d’interesse e tale saggio diminuisce all’aumentare dei risparmi, non v’è livello di questi ultimi che non sia eguagliato dagli investimenti , per definizione sollecitati ad aumentare all’aumentare del risparmio che fa diminuire il saggio d’interesse che sollecita l’aumento appunto degli investimenti. Nel “modello” di Keynes le due grandezze in gioco sono da un certo punto in poi indipendenti ( allorché il livello del PIL si approssima a una zona critica che è quella della massima occupazione) in cui l’aumento del non consumo ( risparmio vero e proprio e moneta detenuta informa liquida)non è interamente soddisfatto dall’offerta di moneta. Evidentemente se il saggio d’interesse non è l’unica variabile che pone nel modo visto in relazione risparmi e investimenti intervenendo da un certo punto in poi il livello del PIL, da quel punto in poi “in generale” sarà vero che l’eguaglianza tra tali grandezze non è assicurata e anzi “in generale” ( come vuole il Keynes appunto della Teoria generale) non lo sarà in modo particolare a livello di massima occupazione del PIL stesso. Fin lì o meglio prima della zona critica (ovvero fin dove grosso modo il PIL risponde a una logica di mera riproduzione semplice, dove tutto il reddito è speso e/o la moneta presente nel sistema ovvero la sua data quantità offerta sarà stata per ipotesi sufficiente a eguagliare la sua domanda non solo per fini transattivi ma anche per fini precauzionali e/o speculativi) si avrà equilibrio di piena occupazione. Equilibrio che in alternativa risultando relativo a un livello di mera sussistenza del PIL rende abortiva la mera potenzialità della moneta a non essere otre che risparmiata, a fortiori, detenuta in forma liquida. Stadio questo dell’economia relativo a un mondo sostanzialmente precapitalistico che Keynes ritiene facesse da sfondo alla “teoria ricevuta” ortodossa che egli definisce “Classica” includendo in questa la sua successiva elaborazione Neo- classica.
Da quanto detto più su discende immediatamente che in panorama più realisticamente capitalistico, un aumento dell’offerta di moneta soddisfacendo l’aumento della sua domanda determinata dall’aumento della “propensione alla liquidità” non provocherebbe una diminuzione dei consumi – determinata dalla sottrazione a questi di moneta atta a soddisfare il maggior bisogno di liquidità - e con operazioni di “mercato aperto” intercorrenti tra Stato e Banca d’emissione ( verso la quale il primo si indebita operando necessariamente in deficit emettendo ulteriori titoli di debito pubblico) si potrebbe ( e fino a un certo punto, quello della “trappola della liquidità” che potremmo definire “ipercritico”) ulteriormente abbassare il saggio d’interesse sì da stimolare gli investimenti necessari a riproporre la piena occupazione (nel capitalismo).
E’ ovvio che astraendo dalla “ complicazione” di una terza alternativa all’uso della moneta oltre a quella strettamente binaria di spenderla o risparmiarla, ovvero assumendo come nulla la propensione alla liquidità il “modello” semplificato ortodosso risulta come voleva Keynes un caso particolare della sua “General Theory” , cioè valida in tutti i casi in cui tale aumento della propensione alla liquidità risulta maggiore di zero e non trova una adeguata quantità offerta di moneta atta a soddisfarla!
Ma resta il fatto che tra i “modelli” in questione esiste un legame, un vulnus “mortale” che li condanna insieme al più totale fallimento scientifico, per la loro assoluta impotenza a spiegare la madre di tutte le patologie dell’economia capitalistica: le crisi cicliche. Legame rappresentato dalla adesione di entrambe alla pestilenziale “teoria quantitativa della moneta”! Per la quale, tra l’altro, la moneta offerta ha natura di dato, o parametro, o variabile indipendente, o autonoma rispetto al resto delle grandezze economiche. Nel “modello” di Keynes ciò è palmare: con offerta di moneta avente natura endogena l’equilibrio tra la quantità di moneta offerta e domandata è assicurato anche ex ante e non solo ex post. E con ciò addio a ogni spiegazione delle “crisi” con conseguente disoccupazione. Senza la teoria quantitativa per altro verso il “modello” ortodosso neoclassico cui Keynes ha ritenuto infondatamente di aver inferto un colpo mortale, non si avrebbe una spiegazione del livello generale dei prezzi. Perché nella sua forma standard ove la moneta non conta - agendo “ as a veil” ( Pigou), cioè come mera “ombra” degli scambi tra grandezze reali - gli scambi si riducono a una mera logica di baratto con il solo insieme dei prezzi relativi con una merce qualunque assunta come numeraire ( prezzo posto per ipotesi pari all’unità). Ma in tal modo non si potrebbe spiegare né l’inflazione né la deflazione. Per spigare le quali non v’è infatti alternativa che ricorrere alla falsa spiegazione, nell’ordine , di un eccesso e difetto di offerta di moneta rispetto alla domanda. Appunto ricorrendo alla teoria quantitativa e alla corrispondente “equazione di Hume” che la sostanzia. Teoria che è poi indispensabile per poter spiegare le classiche crisi cicliche semiologicamente accompagnate da deflazione ( caduta del livello generale dei prezzi) una volta che da posizione ortodossa si debba ( obtorto collo) dare una spiegazione delle crisi stesse effettualmente inconfutabili. Crisi altrimenti assenti per definizione dal modello dove senza moneta o con moneta meramente “neutrale” sulle grandezze reali la “legge di Say” resta valida oltre che contabilmente anche nella realtà ( sia ex ante che ex post la fase di produzione e scambio) non potendosi in regime di sostanziale baratto neanche concepire una vendita senza un corrispondente acquisto ( e viceversa). Non risultando lungi dalla logica di baratto il modello “Neoclassico dove la moneta oltre a essere spesa può solo essere risparmiata . Oppure dove si dà l’inconcepibile sistematica eguaglianza tra moneta offerta e domandata pur ammettendo che tra quest’ultima sia compresa una componente relativa alla domanda di moneta richiesta in quanto tale in sé e per sé, come pura rappresentante del bisogno di liquidità, o liquidità tout court.
Ecco dove con ineludibile comune e fatale DNA l’eterodosso Keynes e gli ortodossi neoclassici sono condannati al comune fallimento analiticamente disvelato. Una volta evidentemente che si chiarisca ciò che dovrebbe essere chiaro anche a studiosi dell’occulto: che le crisi cicliche ( e quindi deflazioni cicliche) non possono per banale coerenza logico-metodologica essere spigate da un ciclico atteggiarsi di una variabile autonoma, che per definizione si manifesta con andamento imprevedibile ( random) che è l’opposto di una modalità ricorrente in una qualche sistematica forma . Ma quel che rende meglio l’idea di una tale insostenibilità teorica è il fare mente locale al fatto che risultando evidente che la crisi è solo un punto del ciclo con una offerta di moneta che ha natura autonoma nel senso visto si avrebbe l’assurdo che tale carattere indipendente della quantità di moneta offerta risulterebbe in generale sufficiente rispetto alla domanda e quindi atteggiandosi in generale come una grandezza endogena ( l’opposto di esogena) ed essere e operare solo in un caso come grandezza esogena, per l’appunto in caso di crisi.
Insomma abbiamo tutti i termini per parlare di un generale fallimento dell’unico capitolo che potrebbe e dovrebbe assegnare carattere di scienza alla “scienza economica”. Risultando, al di fuori del problema della diagnosi e terapia delle crisi cicliche del capitalismo, l’economics una inutile scienza della sola fisiologia economica , la cui vacuità come disciplina la si coglie pensando a una scienza medica che non sappia trattare d’altro che dell’agognabile stato di salute degli individui. Rimanendo muta o esorcistica, sia pure con l’ausilio di milioni di contorcimenti cerebrali e formalismi matematici, dinanzi all’arcana dimensione della patologia. Patologia economica che si esaurisce in buona sostanza nel problema -malattia delle crisi cicliche.
Possiamo ora comprendere come l’evidenziato comune salto implicito nella mancata distinzione tra “troppo alto” e “relativamente troppo altro” saggio d’interesse nel contesto della General Thery da noi richiamato a suo luogo con l’apposito “corsivo”, riveli appieno la sostanziale profonda incomprensione da parte dei Lewis e dei Giannino e anti-Giannino ( ovvero degli anti-interventisti antikeynesiani e gli interventisti pro Keynes ) del clou con cui Keynes ha ritenuto ( ancorché del tutto infondatamente) di combattere il laissez-faire e il suo corollario in materia di ricorrente “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”: saltare l’avverbio “relativamente”, davvero sembra inverare il detto per il quale, “Il diavolo si nasconde nei dettagli”. Sempreché tali dettagli non siano, se non nel girone dell’inferno degli economisti(ci) metaforicamente da condannare alla mistica adorazione dei dettagli – non dettagli, per contrappasso. Infatti senza una domanda di “liquidità” il modello della General Theory e quello cui questa vuole opporsi coincidono del tutto; ed è solo l’insoddisfatta ulteriore frazione di domanda di liquidità che rende “relativamente” troppo alto il saggio d’interesse a scatenare la causa della non piena occupazione delle risorse. Come si è detto solo con tale ulteriore domanda di liquidità soddisfatta o pari a zero si può parlare di alti o bassi tassi di interesse in assoluto, risultando irrilevante analiticamente quel “relativamente” e con esso tutta la costruzione della General Theory.
Ancora per meglio comprendere quanto detto a proposito del madornale errore di autovalutazione da parte di Keynes nel ritenersi artefice di una rivoluzione paradigmatica. Errore in cui sono caduti adepti e detrattori , abituati a non saper andare alla radice dei problemi posti dalla autentica alta teoria, vediamo in tal senso a cosa si riduce la presunta spiegazione di Keynes della crisi e del connesso problema della disoccupazione: una insufficiente offerta di moneta che determina, in presenza di una tale insufficiente moneta quale “liquidità”, nel sistema economico ( con relativo mercato in più rispetto alla teoria avversata) una aumento della relativa propensione a detenere moneta in forma appunto “liquida” ( terza possibilità rispetto alla sola binarietà del modello neoclassico standard: spendere o risparmiare moneta).
Per i neoclassici il cui modello standard ritiene di poter fare a meno della moneta e della sua domanda in quanto tale (bisogno di “liquidità”) la crisi si manifesterebbe con l’improvviso emergere di un tale bisogno. Insomma il bisogno di liquidità in un caso ( Keynes) aumenta relativamente. Nell’altro caso questo bisogno di liquidità nasce ex abrupto, all’improvviso dal nulla, e quindi senza riferimento con un suo prius esso è un fenomeno solo assoluto mancando di terminus a quo o ad quem con cui rapportarsi.
L’equivalenza nell’ errore e le sue radici teoriche tra i due “modelli” è a questo punto palmare come abbiamo mostrato. Ma non tener conto di ciò che relativamente ( anche e proprio relativamente poco ) distingue le due costruzioni è prova innegabile di totale incomprensione di ciò a cui la presunta “rivoluzione” keynesina molto miseramente tendeva. E di tale incomprensione soffrono keynesiani e antikeynesiani nelle stesse e spesse nebbie intellettuali in cui si sono aggirati per decenni e si aggirano ancora le moltitudini di economisti(ci) di ogni ordine e grado. Non avendo risparmiato nessuno della “professione” a partire dall’indomani della pubblicazione della General Theory la necessaria e ineludibile scelta di campo tra interventisti e anti-interventisti. Non esclusi i contemporanei - e tra questi i superconfusi keynesian-marxisti - attoniti e impotenti dinanzi alla inconfutabilità del dato di fatto che il capitalismo è sempre e ancora in attesa di una fondazione scientifica adeguata a comprendere e curare la sua sindrome ciclica, manifestatasi per ultimo con la crisi globale attuale con cui si è inaugurato il primo decennio del XXI secolo. In realtà Keynes dunque non fa che dare coerenza , dando luogo alla sua apertura verso una posizione interventista, all’estorta e sgradita ammissione di una crisi ciclica di sovrapproduzione assoluta, lì dove con altro empeto di realismo gli anti-interventisti sono costretti ad ammettere che la deflazione costituisce un difetto di offerta di moneta nei confronti della domanda di merci. E che pertanto per riparare alla crisi e al suo volto e indice monetario, la deflazione, occorrerebbe che vi fosse una maggiore offerta di moneta.
Ma per altro verso del “paradosso di Mill”, per cui dell’importanza della moneta ci si accorge solo in caso di “ingorgo di merci” o “pletora di merci”, cioè di crisi di sovrapproduzione assoluta , non si è “ufficialmente” mai venuti a capo; peraltro rimuovendo, nella stragrande maggioranza dei casi, la sfida scientifica che vi è sottesa.
Tornando al “libro” di Lewis e quindi al suo valore fortemente indiziario della bussola scientifica a cui Giannino informa la sua visione delle cose economiche, e in particolare il suo antikeynesismo, non può essere considerato attenuante il fatto che di quel testo Giannino finisca per riferirsi di fatto alla sola magnificata lunga Prefazione ( “ spettacolari 35 pagine”, così le definisce Giannino sul citato numero di "Economy" del 16 dicembre 2010)di Francesco Forte.
Infatti anche quest’ultimo fornisce prova provata di cascare nell’errore topico di ignorare l’essenziale legame analitico che sussiste nella General Theory - e su cui abbiamo centrato la nostra interpretazione delle questioni teoriche in gioco - tra tasso d’interesse e offerta di moneta, affermando clamorosamente che
“ Il lato positivo delle innovazioni keynesiane sta nell’aver posto al centro del governo della moneta il tasso di interesse, in luogo della quantità di moneta emessa “ ( F. Forte, Prefazione, in H. Lewis, Tutti gli errori di Keynes, op.cit., p. 27), ignorando totalmente il comune e esiziale tributo alla teoria quantitativa della moneta sia della teoria di Keynes sia di quella dei suoi canonici oppositori ( peraltro, ci sarebbe da chiedere al professor Forte se conosce altra manovra monetaria del tasso di interesse al di là di quella affidabile alla quantità offerta di moneta!). Certo la reiterata inconcepibile incomprensione dello snodo teorico di una terza alternativa tra risparmi e investimenti, essenziale per chi voglia pretendere di criticare Keynes, maniacalmente ritorna in Lewis un tal numero sproporzionato di volte da far rischiare di vacillare una magari già malferma o superficiale informazione su ciò che la General Theory intendeva “innovare”. O magari aiutato in ciò da una disposizione a offrire un qualche pur minimo credito a Lewis. Una citazione in tal senso dal profluvio logografico dell’”opera” di questo “solido economista” può chiarire ogni dubbio :

“ Nella lettura di Keynes ci si imbatte in molti aspetti che lasciano perplessi. Nella sua Teoria Generale, egli afferma che, di norma, le persone risparmiano troppo. E propone di affrontare questo presunto problema facendo sì che il governo stampi nuova moneta, che secondo lui dovremmo considerare come . L’emissione di moneta, però, non ha molto a che spartire con il risparmio. Comunque, anche se accettassimo questa premessa, perché una maggiore quantità di questo nuovo dovrebbe contribuire ad alleviare il presunto problema costituito proprio dal troppo risparmio delle famiglie?” (H. Lewis, op. cit., p.58, corsivi nostri).

A parte il “troppo” e il “relativamente troppo” ( la cui mancata distinzione sappiamo quale abissale “ignoranza” comporta circa le cose di cui si parla nel nostro contesto di discorso), che tra l’altro rimanda alla essenziale distinzione, per Keynes, tra propensione media e marginale al risparmio/consumo, all’approssimarsi del PIL a livello di massima occupazione, (anche se abbiamo altrove dimostrato come la cosa non abbia fondamento alcuno,ma ragionando e non per “assiomi, per criticarla occorre almeno conoscerla) la citazione appena riprodotta è lapidaria nel non riconoscere legame alcuno tra quantità di moneta offerta, saggio d’interesse e quindi risparmio e/o consumo e/o propensione media e marginale alla liquidità. Qui Lewis opera, anche senza dar mostra di conoscerlo, con una possibile linea di difesa ortodossa centrata sull’”effetto Pigou ” o “ real balance effect”. “Effetto” mobilitabile contro la sequenza appena vista, che vaccina sì il sistema economico rispetto alla variabilità “autonoma” dell’offerta di moneta, facendone assorbire gli effetti ai soli valori assoluti dei prezzi ma non al loro intoccato “vettore“ (insieme dei prezzi relativi). Ma in tal modo si neutralizzano gli effetti della quantità offerta di moneta sulle grandezze reali ( si tratta dello stesso Pigou per cui “money is a veil”), assumendola come grandezza o variabile endogena ( piuttosto che esogena) ipotizzando scorte di moneta in mano ai soggetti economici. Scorte di moneta a cui si attingerebbe in caso di inflazione e ricostituendole in caso di deflazione (assumendo la costanza del potere d’acquisto della moneta detenuta come scorta e la costanza della propensione media, eguale a quella marginale, al consumo/rispamio in termini sempre reali e non monetari, in costanza dunque dei budget individuali in termini reali di consumi e scorte di moneta). Ma si dà il caso che la suddetta scelta endogenista lasci in tal modo la teoria ortodossa orfana della “teoria quantitativa della moneta”, lasciando nel buio più totale la causa dell’aumento o diminuzione ( inflazione e deflazione) del livello generale dei prezzi la cui variazione sostituisce la quantità offerta di moneta come variabile esogena nei confronti dell’equilibrio generale dell’intero sistema economico ( insomma Pigou legge dunque la “equazione di Hume” da destra verso sinistra nella sua formulazione canonica, come Marx ma a differenza di questo non potendo dire nulla sulla variazione dei prezzi assoluti). Oltre naturalmente a rendere particolarmente inspiegabili le “classiche” crisi cicliche e le relative deflazioni cicliche che le accompagnano.
Visto il maggior prezzo scientifico rispetto alla assunzione dell’opzione “quantitativi sta” da parte “ortodossa” di una tale via di difesa dal clou della General Theory questa linea pigouviana è stata abbandonata nel dimenticatoio. Ma in ogni caso di essa non vi è comunque la minima traccia nel “libro” di Lewis (in ciò in non splendida compagnia dei keynesian-marxisti, battuti solo dai marxian-wicksellian-schumpetiarian-keynesian-sraffian circuitisti à la Bellofiore e à la “Scuola di Graziani” tutta) che come abbiamo più volte sottolineato si incaponisce ossessivamente( alle pagine 155,182-183188,201204,etc.), in questa fatale incomprensione in un punto essenziale del pensiero del vituperato Keynes .
Non daremo conto delle indicazioni cui rimandano tutti i nostri 50 post-it, per pietas scientifica oltre che per fugare anche verso noi stessi il dubbio di una meticolosità o puntigliosità che faccia sospettare un qualche patologico piacere o sadismo da accanimento.
Faremo cenno solo ad alcune altre “perle” lewisiane. Solo queste atte a giustificare il pessimo giudizio che abbiamo immediatamente anticipato su questo aborto intellettuale del “solido economista” di Harvard.
A pagina 154 (e passim) , per esempio, tirando in ballo von Mises ( come se si trattasse dell’Einstein della scienza economica) si cade nella più fragorosa ridicolaggine, attribuendo le crisi cicliche all’intervento dello Stato. Invertendo ogni nesso di causa ed effetto, e Ignorando la sequenza storico-economica che separa La General Theory e le sue applicazioni dalla nascita del fenomeno, che inizia qualche secolo prima di Keynes. Inoltre non sfiorato dal dubbio della ciclicità dell’interventismo statale. E a pag 254, non contento, Lewis afferma che senza intervento dello Stato non vi sarebbe mai crisi. Va inoltre da sé che se si ignora la propensione alla liquidità, come a p. 258, se ne ignora il suo valore infinito, cioè il concetto e la relativa zona ipercritica in cui risulta inutile e spuntata l’arma anticiclica dello strumento monetario (“trappola della liquidità”), dovendosi a quel punto necessariamente ricorrere alla politica fiscale e/o a interventi pubblici ( diretti o indiretti) nella sfera reale sempre attraverso la spesa statale finanziata in deficit (deficit spending). In un sol punto Lewis sembra preso da una sorta di “illuminazione sulla via di Damasco”, tale cioè da trovare un vero vulnus – pur tra i molti - nella Teoria Generale : a proposito del ruolo ivi giocato dalle “aspettative” ( p. 277 e passim). Ma si tratta di una mal riposta speranza, condensandosi la critica sulla non quantificabilità delle aspettative stesse. D’altronde, attribuendo le crisi a investimenti “errati” ( p. 189), cioè ricorrendo a inspiegabili “errori ciclici”, a Lewis sfugge, a maggior ragione e del tutto, che la enormità della fallacia logica della “teoria dell’errore” ( per di più ciclico) si cela dietro, appena mascherata con neologismo, la stessa “teoria delle aspettative” in Keynes!
Risparmiamo a tutti il resto, e in particolare le assurdità, compreso un inesistente ripensamento di Keynes, in proposito, riguardante l’alternativa tra protezionismo e free trade. Qui semplicemente si ignora il capitolo XXIII della General Theory e la gerarchia logico-temporale che porta Keynes a predicare la esigenza di una previa piena occupazione, richiedente certamente misure protezionistiche, prima di ammettere tra partner internazionali in omologhe situazioni di pieno impiego l’apertura al libero scambio. Ora questo libero scambio abbiamo argomentato altrove essere una bufala teorica nei perduranti suoi attuali e a quanto sembra santificati fondamenti ricardiani. Ma non v’ha dubbio però che senza la piena occupazione all’interno dei paesi scambisti fra questi prevarrebbe il più cinico in termini di gravità di deflazione e di disoccupazione al suo interno rispetto ai concorrenti, innestandosi così un vero jeu de massacre . a livello del sistema economico internazionale. Come d’altronde sta avvenendo durante l’espandersi e il deflagrare attuale della Globalizzazione. Ma su questo punto abbiamo trovato in fallo famosi Premi Nobel di scuola keynesiana, e Lewis, almeno qui può vantare una meno impresentabile compagnia.
Cosa resta da dire infine su Giannino attraverso questo suo “testo di riferimento”? Leviamogli ogni Oscar, e au grand jamais , tanto per chiuderla con understatment!

Ancora sul teorema d’ Haavelmo e la madornale fandonia del vincolo dei conti pubblici per una politica di sviluppo.




In un precedente scritto ricordavamo a questo impresentabile governo Berlusconi - ma anche ai silenziosi sinistri della “sinistra” che quanto a liberismo hanno una coda lunga quanto la via Lattea - che la situazione del nostro doppio deficit dei conti pubblici (quello di bilancio e quello del debito) non giustifica affatto il falso stallo di una politica economica che voglia rilanciare lo sviluppo. Stallo che sarebbe dovuto al fatto che, per definizione, le risorse per una tale politica peggiorerebbero senza alternative i suddetti deficit ( il ministro Tremonti scomoda la fisica a tal proposito citando il principio dei “vasi comunicanti”, dove con tale accenno egli ci ricorda la sua “indimenticabile” lectio magistralis ad “Anno Zero” ). Questo ragionamento (?) in verità è un entimema: ammette implicitamente una ipotesi che pare condivisa sia dalla maggioranza che dalla sedicente opposizione ovvero dai loro staff di economisti(ci) patentati: che misure di intervento anticicliche debbano necessariamente essere finanziate in deficit, appunto. A questo riducendosi frasi del tipo “non ci sono soldi” per lo sviluppo. Tacitamente condivise dal silenzio-assenso su questo centrale punto da parte delle “opposizioni”. Il meglio ( si fa per dire ) da parte dello schieramento politico dei “progressisti” è infatti rappresentato dalla autobattezzatasi “rive gauche” formata dai keynesian-marxisti i cui manuali di riferimento riportano fino alla nausea i precetti della spesa statale in deficit dell’ economista cantabrigese , interventista ( Lukacs in Storia e coscienza di classe con molta finezza “filosofica” - ignorata dai rivegauchiste da bancarella di oggi - sottolineava come “fatalismo” e “volontarismo” in un quadro storico sociale dato e ipostatizzato sono termini polarizzati “correlativi”: insomma come la filosofia economico-sociale di Lord Maynard sottendesse “gattopardismo puro” ) per antonomasia, e pur sempre cantore del capitalismo.
Citavamo a eterno scorno degli esperti “ufficiali” in “scienza triste” e a sostegno della nostra confutazione - e pur nei limiti affatto non condivisi della “scienza economica” canonizzata - il premio Nobel 1989 Trygve Haavelmo e il suo eponimo teorema, il cui massimo difetto storico risiederebbe oggi nel fatto che detto teorema implicherebbe nuova spesa pubblica, seppur finanziata con pareggio di bilancio o meglio senza incidere su un suo eventuale pregresso valore negativo. Anzi, pur nei limiti in cui Haavelmo concepì il suo contributo, una spesa statale finanziata con pari tasse inciderebbe virtuosamente e su eventuali deficit sia di bilancio che del debito pubblico.
E qui ci fermavamo non senza collegare questo dimenticato capitolo di economia ortodossa alla possibilità di finanziare la spesa pubblica in discorso con una tassazione patrimoniale; che anche alcuni dei più ricchi italiani si sono dichiarati pronti a sostenere e a propagandare nelle attuali difficili circostanze. Tranne naturalmente il più ricco tra loro che nell’ennesimo caso di conflitto d’interesse si erge a baluardo esplicito dei colleghi degli yacth clubs.
Ma già sentiamo i rumori successivi agli affannosi e superficiali controlli sui polverosi testi degli “addetti ai lavori” con connessa possibile replica: aver specificato che il teorema del Nobel norvegese è stato concepito fuori dal contesto di politiche anticicliche sarebbe stato una furbata: in un tal quadro gli effetti moltiplicatori sul Pil di una spesa pubblica coperta da tasse si ridurrebbe a poca cosa . Ancor più piccola se si passa dalla ipotesi di una “economia chiusa“, cui riduttivamente facevo io riferimento nel ricordare la formula dell’Haavelmo, iscrivendo quest’ultima in un panorama di “mercato aperto” ; dove il moltiplicatore subisce una decurtazione pari alla propensione media/marginale alle importazioni (Imp ) pari a q. Con riferimento grosso modo ai dati dell’economia italiana, assumendo che la propensione media/marginale al consumo c sia pari a 0,8, e q sia pari a 0,3, indicando con ΔY e ΔG rispettivamente l’effetto sul Pil ( Y ) di una spesa statale ad hoc ΔG finanziata con equivalente tassazione pari a ΔT (ΔG=ΔT), l’ “effetto Haavelmo” ΔY ( chiamiamolo così) sarebbe calcolabile nei seguenti termini:
ΔY= (1 - c / 1 - c + q ) ΔG = 0,4 ΔG. [I]
Insomma l’effetto Haavelmo” sull’aumento del Pil si ridurrebbe a meno della metà della spesa pubblica coperta con tassazione equivalente.
Insomma avrei cercato di fare “molto rumore per nulla” o poco più, “sorvolando” sul fatto che l’effetto moltiplicatore della spesa pubblica in discorso risente pesantemente dell’effetto demoltiplicatore legato alla tassazione per un pari importo di detta spesa; per cui quel po’ di beneficio connesso al teorema di Haavelmo si ridurrebbe alla piccola differenza tra i due membri della seguente sottrazione :

(ΔG / 1- c + q) - ( cΔG / 1- c + q) [ II]
dove il primo membro a sinistra del segno meno è il normale moltiplicatore del reddito (con spesa pubblica finanziata in deficit ) e il secondo termine è il demoltiplicatore del reddito, equivalente alla somma sottratta con prelievo fiscale alla somma altrimenti detenuta dai privati e spesa con propensione media/marginale al consumo minore dell’unità ( a differenza del settore pubblico che la spenderebbe interamente).
Ma una tale potenzialmente possibile controargomentazione alla mia “criptica” proposta di politica economica è del tutto inconsistente perché non sviluppa ciò che per pauci sed electi lasciavo all’intelligenza dei miei possibili lettori competenti.
Il tutto si incentra sulla mia proposta di tassare i patrimoni e/o attività speculative del tutto capitalisticamente improduttive come anche le eventuali ingenti risorse monetarie che nella situazione di totale stagnazione dell’economia si detengono certamente in forma liquida (tesoreggiamento) in attesa di “tempi migliori” : per esempio i capitali scudati con ridicola imposta il cui ammontare cospicuo ha mancato assolutamente di trasformarsi in investimenti come si è ritenuto dovesse avvenire da parte delle “ingenue” attuali “autorità” di politica economica.
Con elementare logica economica che non cada nei trabocchetti dei “grandi aggregati” si può così infatti ragionare.
Nel secondo membro a destra del segno meno nella [II] , c è lecitamente ponibile come eguale a zero, con conseguente scomparsa del termine stesso, il che economicamente equivale a tener conto che la somma tassata è assolutamente sottratta alla formazione del reddito nazionale per le ipotesi da me formulate circa i “contribuenti “e i cespiti da tassare.
Ma ciò non è tutto. Anche nell’unico membro rimasto della [II] le ragioni che a tale “solitudine” hanno condotto riverberano effetti significativi che potenziano l“effetto Haavelmo” sul Pil sotteso alla mia proposta. Il valore di c non è quello medio dell’intero aggregato del consumo che è la media tra i valori più bassi delle classi di reddito più ricche e quello più alto delle classi più povere.
Gli investimenti della spesa pubblica in oggetto dovrebbero riguardare lavoratori del depresso settore industriale se non lavoratori disoccupati e/o in cassa integrazione che porterebbero verosimilmente a poter assumere c = 1. Inoltre i consumi essenziali di cui sono imputabili i lavoratori delle categorie suddette sono a bassissimo e trascurabile componente di importazioni ( in Italia si mangia italiano, almeno sino a ora e grazie alla “Globalizzazione” come ai tempi di Ricardo non è azzardato assumere che i salari siano a livello di sussistenza, storicamente intesa ), per cui con approssimazione largamente in difetto possiamo ammettere che il moltiplicatore della spesa pubblica in pareggio con le qualificazioni apportate sia individuabile intorno a un valore di grandissimo rispetto:
1 / 1 - 0,8 = 5.

Vediamo di trasformare in cifre verosimili la possibile manovra. Partiamo dalla curva di concentrazione del reddito in Italia. Il 10% della popolazione ( diciamo 5.700.000 persone circa ) detiene più o meno il 50% del Pil , e quindi poniamo che tale fetta di reddito sia di circa 800 miliardi di euro. Ipotizziamo che tale grandezza rappresenti ( per tenerci molto bassi) solo un quinto dei rispettivi “patrimoni. Tassando per la modesta cifra dello 1% tali patrimoni si ha un totale complessivo di entrate dello Stato di circa 40 miliardi di euro ( intorno ai 7 miliardi di euro in media per ogni testa di superprivilegiati). Naturalmente non teniamo conto del fondamentale corollario per cui una tale tassazione costituirebbe, in occasione di una tale “patrimoniale” , un momento cardine e sperabilmente irreversibile in termini di lotta e recupero della scandalosa evasione fiscale nel nostro ex “Bel Paese”.
Investiti dallo Stato ( direttamente o indirettamente su sua commessa al settore privato) i suddetti 40 miliardi di euro , l’effetto Haavelmo, grazie al moltiplicatore del reddito pari a 5, ammonterebbe all’intorno 200 miliardi di euro. Tenuto conto dei 22 milioni e 890.000 circa di occupati che alimentano il Pil italiano,i predetti 200 miliardi di “effetto Haavelmo” porterebbero a incrementare l’occupazione di 2 milioni e 800.00 posti di lavoro.
Se ora abbattiamo, per mera cautela ideologico-contabile, la tassazione allo 0,5% per non urtare gli interessi costituiti e ipotizzando solo una volontà politica di stampo assolutamente moderato, com’è nel panorama politico italico attuale, comunque saremmo dinanzi a un impennata del Pil di oltre il 6%, con finalmente il famoso mito di un milione di “nuovi posti di lavoro” superato del 40% (se ben si pensa a non rifinanziare settori condannati dal darwinismo della “Globalizzazione” e attualmente tenuti nel mortifero frigorifero della “cassa integrazione” e dintorni). Se poi si esce dalla riduttiva ottica della macroeconomia keynesiana che porta a omologare consumi e investimenti circa gli effetti del moltiplicatore sul reddito nazionale e si pensa che gli investimenti dovrebbero e poterebbero essere finalizzati all’aumento della produttività del lavoro attraverso il sostegno a settori tecnologicamente innovativi, sul medio-lungo periodo gli effetti della spesa statale in predicato sarebbero ancora più significativi. E data la natura pubblica della spesa lo Stato potrebbe per gran parte ridurre l’obolo che l’apertura dei mercati comporta in termini di importazioni e/o di delocalizzazioni. Spettri questi che incombono altrimenti sulla destinazione delle risorse in mani private.
Già dalla prima attuazione della misura di politica economica in oggetto il rapporto debito/Pil scenderebbe di oltre 6 punti percentuali ( dal 120% all’intorno del 113% ) senza macelleria sociale, richiedendosi solo la fine di un superstizioso tabù scientificamente protestato dalla realtà prima ancora che dalla teoria: “meno Stato e più mercato”, grido di battaglia della più articolata filosofia politica del miniarchismo.
È appena il caso di rilevare ciò che qui non è calcolato ma che non va sottovalutato, e cioè come con l’aumento del Pil aumentino anche le normali ( a prescindere dalla misura in discorso) entrate fiscali dello Stato con miglioramento dei due (flusso e stock del debito) deficit dei conti pubblici. Per pura indicazione, assumendo che tra imposte dirette e indirette le entrate fiscali implicate da un aumento del reddito di 100 miliardi ammontino a 33,33miliardi ( un carico fiscale complessivo del 30% di 100 miliardi) tanto per tenerci molto bassi, risulta evidente il circolo virtuoso che si instaurerebbe tra saggio di crescita, livello di occupazione e abbattimento del debito sovrano in barba alla falsità della mancanza di alternative al binomio spesa statale eguale deficit di bilancio.
Rendendo la redistribuzione del carico fiscale appena abbozzata strutturale, e lasciando quindi intoccati i piccoli patrimoni e ripristinando il welfare in via di progettato smantellamento, attuando dunque lettera e spirito della nostra Magna Charta, nel breve volgere di pochi anni oltre a raggiungere livelli da pieno impiego si risolverebbe dunque alla radice il problema del macigno attuale del debito “sovrano”. Che come può vedersi è tutt’altro che un mostro; beninteso impostando in termini più equi una idonea politica fiscale e ridimensionando quanto basta la dissennata infatuazione pro libero scambio assumendo in tal senso la guida di un autentico “New Deal” di un radicalmente riformulato europeismo ( per esempio con una aggiornata logica su scala euro di quello che è stato l’IRI nella fortunata stagione della rinascita economica italiana a guida di un illuminato “Stato imprenditore”).
Ma per fare tutto questo, di cui abbiamo svolto solo una verosimile prefigurazione quantitativa e solo su scala patria, prefigurazione affinabile a questo punto dai cultori di una scienza economica in (e con) ”Stato” comatoso (per l’universalmente proclamato e diffuso anti-statalismo), si deve combattere quel pernicioso dogma che coincide con la “privatizzazione del mondo”. Non fosse per il fatto che con tale parola d’ordine condivisa ”a dritta e a manca” ( che neanche a farlo apposta appare più che un modo di dire una profezia , per il dissolversi della “sinistra” come contrario di “destra” che a sua volta si è squalificata omologandosi al sinonimo “dritta” ) si è prodotta la peste economica attuale e che solo nel “teatro dell’assurdo “ è concepibile prescrivere come cura di una malattia in stato pandemico il morbo della stessa . Beneficiando dell’insegnamento che proviene da ben altro territorio scientifico nel quale vale il principio di Pasteur : dove dosi inibite e rese innocue dei bacilli servono proprio a vaccinare e quindi ad “armare “gli anticorpi contro gli esiti potenzialmente infausti portati dal germe infettivo. Eppure della negazione assurda di tale principio , quanto a “logica”, si tratta in termini terapeutici da parte degli attuali sciamani, che in veste di esperti non mancano di prescrivere come cura per la peste economica attuale la peste stessa .

Eppure con una patrimoniale si potrebbe aumentare il “pil”




Eppure con una patrimoniale si potrebbe aumentare il “pil”

martedì 29 settembre 2009

Rai Uno - Rubrica "Libri"

Persino la "provincia" migliore si rende conto del valore sia pure di schegge della mia più ampia "ricerca". Nel caso del seguente video intanto si ricorda la "prestigiosa" rivista fondata da Piero Calamandrei Il Ponte in quanto si recensisce un mio scritto, dove solo di passata si accenna ai titoli di altri due saggi del periodico fiorentino
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mercoledì 9 settembre 2009

Economisti(ci) SNOB ( sine “nobelitate”): (4) Paul Krugman


Prego il lettore di avere pazienza nel leggere quanto andrò a dire a proposito di Paul Krugman, il più recente tra i Nobel Laureate ( 2008). Sarò più lungo che negli analoghi casi precedenti in cui ho inteso dare risalto ad alcuni tra quanti hanno ricevuto immeritatamente il massimo riconoscimento scientifico per l’economia. E ciò perché Krugman è quello che a tali livelli più si è impegnato a trattare, ben prima del suo deflagare, della crisi economica mondiale che stiamo vivendo oggi. Anche se nel prevedere in generale le crisi non ci vuole molto data la “irregular regularity” ciclica ( Schumpeter) con cui esse accompagnano dalla sua nascita il capitalismo. Inoltre Krugman è tornato a parlare della crisi anche dopo che questa è ormai conclamata. Improntando la sua analisi ad accenti critici dinanzi alla superstizione armonicistico-antinterventista , ispirati, di contro, ad una filosofia contrapposta alla malsana religione del “fondamentalismo di mercato” e quindi almeno per questo di dichiarata impronta interventista o “volontarista” ( in quanto contrapposta alla posizione naturalistico- contemplativa) “keynesiana”.
Siccome per definizione una tale posizione deve poter indicare almeno la logica di massima di possibili terapie anticrisi, l’urgenza di vedere cosa si possa ricavare dalla visione del problema da parte di Krugman per poter giudicare circa i massicci interventi pubblici anticiclici in atto si spiega da sé. Rimanendo l’opzione keynesiana l’unico punto di riferimento teorico degli attuali artefici dell’exit strategy dalla recessione globale, per l’ennesima volta smentiti nel loro ottimismo naturalistico-fatalista. Non avendo l’economics e i suoi sacerdoti , gli economisti(ci), nessun altro paradigma presentabile con cui salvare il capitalismo. Dovendo ricordare a tutte lettere e a scanso di equivoci molto diffusi, che, a differenza di quel che credono i marxisti- keynesiani da bancarella e i loro avversari da operetta, Keynes non ha rappresentato altro nella storia dell’analisi e della politica economica che l’equivalente della filosofia sociale del “gattopardismo” ( “cambiare tutto a ché tutto rimanga tal quale”) immortalato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario.
Potrei in realtà chiudere il discorso riassumendo quanto ho già avuto modo di scrivere ripetutamente sulla assoluta inaffidabilità keynesiana di Krugman. In reazione alla quale ho dimostrato senza ombra di dubbio una sconcertante conclusione: o Krugman non ha mai letto la General Theory , o, ipotesi peggiore per lui, non l’ha capita in uno dei suoi snodi analitici fondamentali. Quelli dove Keynes non fa che estendere coerentemente le sue critiche al laissez-faire in ipotesi di una economia “chiusa” ( senza scambi con l’estero) al free trade , che altro non rappresenta che il laissez-faire nel quadro di una economia che invece effettua scambi sul mercato internazionale. Infatti ripetutamente il nostro premio Nobel è intervenuto nel criticare l’insufficienza quantitativa degli interventi messi in atto in USA contro la crisi, senza minimamente accennare alla loro perniciosità in costanza della globalizzazione e quindi del libero scambio. Ignorando completamente che in tale panorama si definisce una delle migliori occasioni per esercitare la parassitaria e quindi odiosa posizione del free rider ( “clandestino a bordo”) da parte di Stati che volessero farsi finanziare le loro esportazioni da disavvertiti concorrenti “keynesiani “. Stati che dunque finanziassero ortodossamente con deficit spending i loro interventi a sostegno della domanda, così bloccando la deflazione o la minore crescita della inflazione casalinga, finirebbero per incentivare l’importazione dall’estero di merci e servizi provenienti da Paesi che adottassero un più cinico e meno imponente profilo interventista quanto ad effetti sui propri prezzi interni. Insomma, del tutto masochisticamente, Paesi che adottassero politiche a sostegno della domanda globale più massicce e quindi più efficaci dei loro opportunisti concorrenti, fermo rimanendo il panorama di libero scambio vigente sul mercato internazionale, concretizzerebbero esattamente l’opposto delle mire mercantiliste fondate sul principio del beggar-thy- neighbour ( “fregare il vicino”). Finanziando con il proprio deficit pubblico e con il proprio deficit dell’ex-import il surplus della bilancia commerciale dei Paesi concorrenti che fossero semplicemente meno ( al limite ottimizzante, per nulla ) caratterizzati in termini di propensione all’ intervento pubblico nell’economia. Irrilevante rimanendo la circostanza per cui un tale comportamento discendesse da calcolo o da “filosofia” sociale o semplicemente ignoranza. Naturalmente entra in gioco anche l’ignoranza, come ad esempio quella che fa ritenere il ricorso alla Cassa Integrazione come una misura appropriata a contrastare la recessione. Ma di questo non è qui possibile offrire approfondimenti.
Se la rivalutazione del mercantilismo e del protezionismo da parte di Keynes rappresentano in realtà un classico caso di “serendipità” ( trovarsi nel giusto o nel vero per puro caso) rimanendo difendibile una tale scelta a prescindere dalla validità scientifica del paradigma proposto nella General Theory ( bastando per la sua tenuta argomentativa in proposito l’ammissione dell’efficacia antideflattiva solo sintomatica delle misure anticicliche che discendono dal predetto paradigma). Non condividerle ed essere per il resto vagamente in accordo con l’economista di Cambridge circa l’esigenza di adeguate iniezioni di liquidità per sostenere la domanda - in contrapposizione alla filosofia economica ispirata alle posizioni tutte orientate dal lato dell’offerta ( supply side) - vuol dire condividere su un punto essenziale la provata vulnerabilità effettuale oltre che la inconsistenza teorica dell’intero impianto analitico del fondatore della Macroeconomia. Vulnerabilità che va oltre il solo aspetto monetario ( ma che da solo basta e avanza a tal fine ) che qui tratteremo per pure esigenze di spazio. E che a tale condivisione con Keynes nell’errore si riduca la voce discordante di Krugman rispetto al mainstream neoclassico e quanto passiamo a vedere.
Nel 1999 Krugman pubblicava , con coeva traduzione italiana, The Return of Depression Economics (Garzanti, Milano), rivisto e aggiornato alla luce dello scoppio della crisi mondiale con il titolo The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008, nel 2009 ( Garzanti, Milano). In entrambe le occasioni la delusione è stata profonda, specialmente per la più recente versione del lavoro in questione a cui l’implosione fragorosa della “globalizzazione” non ha suggerito all’autore alcun ripensamento circa il tono di gran lunga prevalentemente descrittivo degli episodi di instabilità macroeconomica che dalla metà degli anni ’70 hanno marcato la storia economica mondiale, e dove la parte teorico- analitica è addirittura sconcertante per pochezza e inconsistenza scientifica. E che non si tratti a tal ultimo proposito di uno scontato esito di un testo volutamente di intonazione divulgativa e popolare è lo stesso Krugman a smentirlo lì dove anticipa i contenuti e gli intenti dell’ultima e più aggiornata edizione del suo saggio:
“ Permettetemi di dichiarare subito che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché. La cosa importante, credo, è capire come questa catastrofe sia potuta accadere, come possano riprendersi i paesi colpiti e come possiamo evitare che la situazione si ripeta.” ( ed it. cit., 2009, p.10)
Krugman ritiene infatti di darci il succo della sua più rigorosa e scientifica elaborazione teorica senza riproporcela tal quale, in quanto “ le equazioni e i diagrammi caratteristici dell’economia formale rappresentano, il più delle volte, solo una impalcatura utilizzata per mettere in piedi una costruzione intellettuale. Una volta che i lavori di costruzione abbiano raggiunto un certo livello, l’impalcatura può essere tolta, lasciando così solo parole comprensibili”. ( ibidem) E se nella prima edizione del suo libro ci si poteva illudere che finalmente , superata la rimozione dell’arcano delle crisi come fenomeno di “sovrapproduzione assoluta”- rimozione che dopo i classici e in particolare Marx, che ne aveva colto la ineliminabile centralità, ha caratterizzato ( tra l’altro)l’involuzione della teoria economica - Krugman ne tentasse se non una soluzione almeno una necessaria riproposizione, ebbene nella posteriore e più matura versione del suo lavoro il Nostro fa sparire letteralmente ogni traccia della vexata quaestio . Infatti e presumibilmente perché cosciente di non aver gettato né prima né dopo alcun lume sul centrale problema e mistero della “sovrapproduzione assoluta”, nel suo lavoro del 2009 scomparie completamente il seguente accenno ad esso rintracciabile nella prima versione della sua monografia, dove si afferma:
“ Durante un crollo economico, in particolare modo uno di quelli più gravi, sembra che ci sia troppa offerta e niente più domanda […] E’ abbastanza facile osservare come ci possa essere una carenza di domanda su alcuni prodotti[...] Ma come è possibile che, complessivamente, il livello della domanda resti basso?”( ed.it. cit.1999, p.21, corsivo di Krugman).
Se :
1)l’arcano del “glut” o “ingorgo generale di merci” ( nella definizione dei classici) della “sovrapproduzione assoluta” consiste nel fatto per cui contemporaneamente le crisi cicliche si mostrano nei termini per cui di tutto c’è troppa offerta senza rispettiva domanda .
2)Nel mentre la norma dei mercati capitalistici è la “sovrapproduzione relativa” di qualche merce come necessario contraltare della “sottoproduzione relativa” di altre merci, quale fisiologico fenomeno di fasamento progressivo tra domanda e offerta. In cui le quantità seguono le indicazioni dei prezzi aumentando la produzione e quindi l’offerta dove si è prodotto troppo poco rispetto alla relativa domanda e, viceversa, restringendo la produzione e quindi l’offerta lì dove si è prodotto troppo con conseguente caduta dei prezzi rispetto alla relativa domanda .
3)Come si può pretendere di venire a capo dell’inspiegata patologia ciclica delle crisi dove tutta l’offerta è in eccesso rispetto alla domanda aggregata se ci si affida a un risibile strumento come quello del “modello” sottostante la storia narrata nell’articolo di Joan e Richard Swewney dal titolo “La teoria monetaria e la grande crisi della cooprativa di baby sitter di Capital Hill , modello che sulla semplice base di un'unica merce ( in realtà servizio) il “babysitteraggio”, Krugman assume ( “ Non fermatevi al titolo: si tratta di una cosa seria”, ed.it., 1999, p.22) come chiave di volta analitica della sua spiegazione delle crisi e quindi della conseguente “economia della depressione”?
Privo di significato è infatti il concetto stesso di sovrapproduzione sia relativa sia , e massimamente, di sovrapproduzione assoluta in un mondo amebico dove esiste una sola merce (servizio). Ma poiché l’allegoria della cooperativa di Capiital Hill è l’unico apparato analitico cui Krugman consegna il compito di spiegare l’”economia della depressione” è bene capire in cosa consista, dandone una estrema ma più che sufficiente sintesi. Un gruppo di coppie con bambini piccoli costituisce una organizzazione che media tra chi offre e chi richiede servizio di babysitteraggio. Un apposita struttura emette certificati che rappresentano unità di un’ora di tale assistenza ai bambini. Tutto dovrebbe andare per il meglio sul presupposto che in un arco temporale significativo si pervenga ad un bilanciamento o compensazione tra chi cede e chi domanda gli appositi certificati, che hanno tutti i presupposti secondo Krugman di operare come “moneta”. Ma a un cero punto il meccanismo si inceppa perché alcune coppie accumulano e tesoreggiano certificati sottraendoli alla circolazione e con ciò bloccano il sistema che entra in crisi provocando “recessione” : chi avrebbe voluto offrire sorveglianza a bambini altrui richiedendo certificati da spendere in futuro si trovò bloccato dalla scarsità di tali certificati ovvero di chi richiedeva un tale servizio di sorveglianza che dal suo canto li tesoreggiava. Ed ecco cosa il nostro premio Nobel ci rivela dopo aver ribadito l’importanza del ricorso a modelli semplificati della realtà in ogni campo scientifico e il fatto che la “ cooperativa di baby-sitter di Capital Hill era un sistema economico in miniatura- in realtà era una piccola economia in grado di sperimentare un momento di recessione” ( tr.it., 2009, pp.22-23): niente meno che la vecchia e inservibile “teoria quantitativa della moneta”. Infatti dopo aver evidenziato che nel caso esaminato la soluzione da adottarsi è quella di far aumentare l’emissione o offerta di certificati o di buoni di babysitteraggio da parte della struttura appositamente creata dalla cooperativa ( operante come “Banca d’Emissione”)e per i duri di comprendonio che non avessero capito l’apologo, Krugman afferma: “ le recessioni , in altre parole, possono essere sconfitte semplicemente stampando nuova moneta” ( ivi, pp.24-25).
Possiamo tagliar corto senza per questo poter essere accusati di giustizia sommaria data la gravità inaudita della posizione assunta da Krugman appena vista. Pur perdonandogli il ricorso a un “cattivo modello” ( quello amebico della cooperativa di Capital Hill) - e convenendo sulla esigenza scientifica del ricorso ai “ modelli” esigenza pari però a quella che distingua quelli “buoni” dagli altri – riassumiamo brevemente quanto abbiamo confutato inappellabilmente da almeno tre lustri a proposito della “teoria quantitativa della moneta” e segnatamente del ricorso ad essa nelle inutili e fallimentari plurisecolari “spiegazioni” delle crisi cicliche che segnano il DNA della storia dell’accumulazione capitalistica. Affermare, come ripete senza coscienza alcuna del fallimento teorico in argomento, come fa Krugman che le crisi e le conseguenti recessioni derivano da una offerta insufficiente di moneta significa assumere che la quantità offerta di moneta è una grandezza esogenamente variabile e quindi con andamento casuale nel tempo. Pertanto se da tale variabile dipendesse il verificarsi delle crisi e conseguenti recessioni di ciclo non si potrebbe né si dovrebbe parlare. La crisi è infatti il luogo da cui origina e trova la sua causa la recessione e seppure i cicli si susseguono con “irregular regularity” ( Schumpeter) tale andamento per definizione non può dipendere da una causa che altrettanto per definizione, in quanto esogena o indipendente, ha un andamento del tutto casuale e quindi non ciclico. Inoltre, e qui troviamo la sospetta soppressione di ogni riferimento al carattere di “sovrapproduzione assoluta” in cui consistono le crisi, è evidente come per la teoria quantitativa in questione di questa “sovrapproduzione assoluta” non ci sarebbe neanche l’ombra se le crisi fossero determinate da insufficiente offerta di moneta rispetto alla sua domanda in termini di merci. Domanda che consistendo in tutti gli altri beni che si offrono a fronte di moneta provocherebbe sovrapproduzione relativa di queste ultime rispetto a sottoproduzione o insufficiente offerta di moneta contro merci. La generale deflazione ( svalutazione delle merci in termini di moneta e rivalutazione della stessa in termini del suo potere di acquisto di merci) che accompagna le crisi configurerebbe un fisiologico fasarsi progressivo tra domanda e offerta. La vera sfida teorica da raccogliere sta nel paradosso per cui la moneta per sua natura offerta endogenamente e quindi sempre in quantità sufficiente per alimentare un ciclo produttivo complessivo non permette (apparentemente in modo paradossale ) la chiusura di un tale ciclo produttivo in equilibrio. Sicché la penuria o fame di moneta che pure si manifesta in caso di crisi non può che sottendere ben altra spiegazione della crisi come ben aveva denunciato John Stuart Mill sin dalla prima metà del secolo XIX includendo il problema tra gli “ Essays on Some Unsettled Questions of Political Economy” (1830) esplicitando il suo paradosso che così può enunciarsi : “ della mancanza e quindi della importanza della moneta ci si accorge solo in occasione delle crisi”. Il che , nei termini analitici in cui abbiamo reso la questione , significa che non può essere che una grandezza offerta in modo del tutto casuale ( esogenamente) sia in generale sufficiente rispetto alla domanda da cui è indipendente , nel mentre risulta solo ciclicamente insufficiente ( in occasione delle crisi). Atteggiandosi quindi una volta ( e in generale) come una grandezza endogena ( sempre sufficiente rispetto alla domanda) e un’altra volta, in caso di crisi, atteggiandosi come una grandezza esogena. Infatti la moneta deve potersi definire in termini di disgiunzione esclusiva ( aut aut) sempre o come variabile esogena, o come variabile endogena, ma non una volta l’una e un’altra volta l’altra delle due possibili definitive opzioni.
D’altronde pur rimanendo nei confini del dubbio modello “ cooperativa di Capital Hill”, come si fa a non comprendere che quand’anche si sia intesa la necessità di un inutile centro di emissione dei certificati di babysitteraggio e l’inutilità di questa stessi certificati ( “moneta”),la negligenza di tale centro nel ”battere moneta” non avrebbe potuto determinare alcuna “recessione” nella realtà costituita tra le coppie che la animavano, potendosi del tutto naturalmente ovviare all’”irrazionale” comportamento di chi quei certificati avesse avuto a tesoreggiare stabilendo reciproche promesse di “pagamento” ( magari con semplici tacche su un quadernetto o la lavagna della spesa in cucina)in termini di ore di sorveglianza di bambini di quanti altri avessero voluto continuare a scambiarsi un tale servizio. Il che la dice lunga, oltre che sulla natura endogena della quantità di moneta richiesta da un determinato plesso socioeconomico, anche sul fatto che la semplice tesaurizzazione della stessa moneta non può bloccare il normale svolgersi dei processi “produttivi” di un dato sistema economico. Persino in presenza di un regime monetario metallico, dove la natura ( miniere) sembrerebbe definire un limite alla quantità di moneta disponibile, occorre ricordare che in tal caso è la velocità di circolazione della moneta stessa ad ovviare a tale vincolo e che la trasformazione dei tesori in moneta (attraverso fusione e coniazione della stessa ) e viceversa ( trasformazione di moneta in gioielli et similia ) con la creazione di costanti riserve di moneta da immettere in circolazione in conseguenza dell’aumento generale del livello dei prezzi ( e non causando appunto l’inflazione), ovvero ritirandola dalla circolazione in caso di una diminuzione di tale livello generale dei prezzi (anche qui effetto e non causa corrispettivamente di deflazione) non avrebbe mai dovuto indurre all’errore della tradizionale interpretazione dell’equazione di Hume fatta propria dalla pervicace e tristemente intramontabile “teoria quantitativa della moneta” (errore che ha goduto della stessa autorità di Ricardo che vi è incorso). Lo stesso Pigou, con la semplice ipotesi che la moneta domandata comprende non solo la quantità di essa da spendere immediatamente ma anche una sua riserva o scorta - che aumenta o diminuisce in funzione della diminuzione o dell’aumento rispettivamente del livello generale dei prezzi (“effetto Pigou” ) - costrinse Keynes a supporre nella General Theory la costanza del livello dei prezzi . Vincolandola sua teoria alla del tutto irrilevante configurazione di una crisi che oltre a lasciare oscura e inspiegata la vera natura delle crisi come un caso di sovrapproduzione assoluta risolve questa in una banale e fisiologica sovrapproduzione/sottoproduzione relative e alla del tutto irrealistica tesi di una crisi privata del suo necessario pendent monetario , la deflazione o caduta generale dl livello dei prezzi. Affidando al mutamento delle scorte il ruolo che spetterebbe al mutamento dei prezzi, recuperando così la teoria quantitativa e quindi il difetto di moneta come causa di crisi attraverso l’opportuno mutare del solo saggio d’interesse . Saggio d’interesse che a un dato livello criticamente troppo basso indurrebbe il fenomeno della “trappola della liquidità” provocando una domanda praticamente infinita di moneta congelata in forma liquida. Dunque moneta detenuta in forma liquida significa moneta né spesa né risparmiata in banca in modo da poter essere ad altri prestata. Circostanza quest’ultima che farebbe in modo che il saggio d’interesse risulti contemporaneamente relativamente troppo alto per gli investitori potenziali . Infatti una volta prestata la quantità di moneta altrimenti detenuta in forma liquida questa farebbe abbassare il tasso d’interesse permettendo il verificarsi dell’eguaglianza neoclassica dell’equilibrio tra risparmi e investimenti a qualunque livello di tali grandezze( caso speciale della sua “teoria generale” secondo Keynes che nega per definizio9ne la possibilità stessa delle crisi). Non ammettendo i neoclassici alternativa terza tra la sola possibilità di consumo o risparmio, non riconoscendo alla moneta e al suo possesso in forma liquida alcun senso al di fuori del poterla spendere o risparmiare. Nel mentre la critica ad essi mossa da Keynes prevede che la rinuncia alla liquidità abbia proprio come prezzo il tasso d’interesse ( così ridefinito in luogo di prezzo per la rinuncia al consumo) potendosi disporre di essa a fini speculativi.
Insomma anche se la articolazione keynesiana originale è ben altra dinanzi al disarmante amebico “modello” formato “cooperativa Capital Hill”, e quindi assimilare Krugman a Keynes è del tutto immeritato per il secondo, è indubbio come il keynesismo del primo in materia monetaria per quanto visto sia sufficiente nell’essenziale a contaminare fallimentarmente il suo presunto rachitico tentativo di spiegare la crisi economica di oggi insieme a quelle di sempre. Per cui possiamo concludere che se pure in mancanza di scoperte originali il Nobel per l’economia si dovesse assegnare per una buona tesi di laurea che facesse mera ricognizione del già conosciuto e problematico, Krugman “il keynesiano” dovrebbe restituire l’alloro di cui è stato insignito. Siamo insomma in piena e ancora una volta fragorosa dimostrazione di un economista SNOB, sine “nobelitate” dunque, a dimostrazione della forte esigenza simbolica di una auspicabile denobelizzazione. Questo ci porta a suggerire un possibile e del tutto nuovo recupero della “teoria quantitativa della moneta” che per i suoi secolari seppur inutili servigi sarebbe, non fosse che per questo, ingiusto condannare all’oblio scientifico. Il suggerimento è il seguente:stabilire quanta moneta è stata sprecata per i Premi Nobel e relativi negativi spin-off. Una volta dati gli input necessari , ecco definita una bella ricerca per puri e copiosissimi spiriti applicativi: tanto per distrarli da tanti cattivi e supposti alti ”maestri”.
Vittorangelo Orati